Le vacanze dei morti

Intorno al primo novembre nella Svizzera italiana le scuole chiudono per una settimana: da sempre, famigliarmente, si chiamano “le vacanze dei morti”. Penso che la denominazione ufficiale sia “vacanze autunnali”, ma non mi dispiace pensare che anche i morti, nel loro vasto periplo lungo l’eternità, si possano concedere una pausa. In questi giorni tutto, in maniera sommessa, è un richiamo alla loro assenza-presenza: l’accorciarsi dei pomeriggi, lo splendore del paesaggio, il blu compatto e indecifrabile del cielo.
img_7565Ci pensavo l’altro ieri, camminando in un sentiero di montagna con alcuni amici. Dalla cima del Camoghè (2228 mslm), l’occhio scorgeva i luoghi consueti: Bellinzona, il lago Maggiore, il lago Ceresio, il lago di Como, la Mesolcina, il piano di Magadino… più distanti, le cime innevate del Cervino e dei picchi vallesani. Ma in generale, quella fuga di montagne azzurre verso l’orizzonte era emblema di una lontananza difficile da definire, perché posta in una dimensione che non apparteneva più allo spazio, almeno nel mio pensiero. Il sole si posava radente sulle radure, trasfigurando i colori, facendoli apparire nello stesso tempo più vividi e più irraggiungibili. Non erano luoghi dove potersi fermare, quei declivi erbosi, sfiorati da una luce troppo dolce, troppo incantevole per durare nel tempo.
img_7573Lungo la discesa, chiacchierando, un’amica ha evocato brevemente il mito di Orfeo ed Euridice: il poeta scende negli Inferi per ritrovare la moglie defunta; ma poi, quando sta per uscire con lei, si volta indietro e la condanna a restare laggiù, nel regno dei morti. Perché si volta indietro? Davvero c’è una distanza incolmabile fra noi e ciò che siamo stati, fra il nostro qui-e-ora e ogni possibile aldilà?
Anche Elia Contini, nel romanzo L’arte del fallimento (Guanda) si trova a riflettere su queste domande.

I defunti si affacciavano all’improvviso, per strada o dopo una siesta pomeridiana, e qualche volta le ferite tornavano a sanguinare. Tanti anni dopo, però, Contini si era convinto che quella persistenza non fosse senza significato. Erano le vacanze dei morti: un’intersezione fra il tempo e ciò che stava fuori dal tempo. Purché non durasse troppo a lungo, e purché non ci si dimenticasse di essere ancora vivi, dopotutto.

A un certo punto Contini deve fare i conti con la violenza, con l’assurdità della morte che irrompe nella quotidianità. Eccolo al cimitero, il 2 novembre, insieme a un uomo che ha perso la moglie in un omicidio apparentemente privo di senso.

La vita degli altri, pensò guardandosi intorno, la vita di chi porta fiori ai propri cari nel giorno dei morti, e nessuno di loro è stato ucciso brutalmente da un assassino. Ma esiste davvero una vita senza patemi, senza ingiustizie? Contini ne dubitava. In fondo la morte, comunque arrivi, è sempre un’ingiustizia.

Quando ha un momento d’incertezza, Contini esce di casa, va a camminare. La vicinanza con le volpi, che vivono nei boschi intorno a Corvesco, ha un misterioso effetto calmante su di lui.

C’era un sentimento che lo teneva legato. Poteva riconoscerlo in un lungo silenzio, o nei fari di un’auto che saliva dal fondovalle. Il bosco pareva soffocante, perfino minaccioso. L’unica salvezza era prendere la macchina fotografica e camminare: lungo le piste appena distinguibili, a pochi passi da un ruscello o da un dirupo, non c’erano più pensieri, soltanto azioni, e c’erano volpi nell’oscurità, presenze ignote ma vicine.

img_7572Come accettare che lo splendore dell’autunno sia una prima avvisaglia della morte? Come vivere con questo addensarsi progressivo dell’oscurità? Ognuno di noi, inevitabilmente, prova a rispondere a queste domande. Purché non ci si perda troppo a lungo nella riflessione (per riprendere le parole di Contini) e non ci si dimentichi di essere ancora vivi, dopotutto… L’assenza-presenza dei morti può essere un movimento segreto nella vita di tutti i giorni, senza che divenga per forza un pensiero esplicito. Mi pare d’intravedere qualcosa del genere in questa poesia di Billy Collins (qui in versione pdf; qui l’originale).

image1

Infine, vorrei suggerirvi di ascoltare un brano di Bill Evans (1929-80). È tratto dall’album You must believe in spring, inciso nel 1977 da Evans (piano) insieme a Eddie Gomez (basso) e a Elliott Zigmund (batteria). L’album fu pubblicato dalla Warner solo nel 1981, un anno dopo la morte del pianista. Nei vari brani s’intuisce il tema della morte.
img_7575Anni prima, Evans aveva perso il suo bassista e amico fraterno Scott La Faro, morto in un incidente a 25 anni; da allora, era scivolato sempre più nella dipendenza dagli stupefacenti. Nell’album dedica il brano B Minor Waltz alla prima moglie Ellaine, che era morta suicida. We will meet again invece è dedicato al fratello Harry: sembra quasi una premonizione, visto che Harry (il quale soffriva di malattie psichiche) si toglierà la vita due anni dopo. Nel disco c’è anche la ripresa del tema della serie televisiva M.A.S.H (Suicide is painless, “Il suicidio è indolore”). Vi propongo qui proprio il brano che dà il nome all’album. You must believe in spring è uno standard, composto originalmente da Michel Legrand con parole di Jacques Demy, per il musical Les demoiselles de Rochefort (1967). La versione di Bill Evans è sospesa fra la malinconia e la speranza, fra la cupezza di certi passaggi e la fantasia inventiva dell’assolo di piano (da 2.57, in crescendo) che davvero sembra volerci guidare verso la primavera.

PS: La lirica The Dead (“I morti”) di Billy Collins è tratta dalla raccolta Questions About Angels (1991), poi confluita in Sailing Alone Around the Room e pubblicata in italiano da Fazi nel 2013 con il titolo A vela in solitaria intorno alla stanza. Per concludere, un ringraziamento ai miei compagni di viaggio; a Paolo, in particolare, per alcune delle fotografie che corredano questo articolo.

img_7586

Condividi il post

Ratafià

La settimana scorsa ero a Berna per un evento organizzato dal DFAE, il Dipartimento degli affari esteri della Confederazione svizzera. Ho letto qualche pagina dal romanzo L’arte del fallimento, dialogando con la musica di Zeno Gabaglio. È stato un momento speciale, per l’atmosfera avvolgente del luogo (l’Ono, un locale del centro) e per la grande attenzione del pubblico. Alla fine mi hanno rivolto numerose domande, anche a proposito del linguaggio e di alcuni aspetti tecnici della scrittura. Non voglio però parlarvi dell’evento pubblico, quanto di una piccola disavventura privata.
img_7515Alloggiavo in un albergo che ha come insegna una chiave d’oro. Naturalmente, la chiave è soltanto un simbolo: tutte le porte (stanze e ingresso principale) si aprono con una tessera magnetica. L’albergo non ha un portiere notturno e perciò, quando sono rientrato poco dopo mezzanotte, ho usato la mia tessera per passare dal portone principale e per azionare l’ascensore. Quando però l’ho accostata alla serratura della mia stanza, non c’è stata nessuna reazione. Ho provato, riprovato, rigirato la tessera in ogni modo. La porta era inesorabilmente chiusa. Ho perlustrato l’albergo – che era deserto – alla ricerca di indicazioni, numeri di telefono da chiamare, qualsiasi cosa. Niente.
img_7514Una muraglia invalicabile si ergeva tra me e il sonno, tra me e i miei effetti personali, i miei libri, i miei vestiti, i miei documenti, il mio spazzolino, il mio computer… Non mi restavano che la giacca, il telefono e quelle poche cose che tengo nelle tasche. Più la tessera, naturalmente. E una copia del mio romanzo: sebbene il titolo fosse in un certo senso adatto alla circostanza, era forse l’oggetto più inutile in quella versione bernese di un naufragio su un’isola deserta.
Ho aspettato un quarto d’ora, poi ho tentato di nuovo. Ho lisciato la tessera, ci ho soffiato sopra, l’ho accarezzata, l’ho supplicata. Tutto inutile. Allora mi sono arreso e ho chiamato Zeno Gabaglio, che mi ha accolto nella sua stanza (dove per fortuna c’erano due letti).
img_7517Il mattino dopo mi hanno spiegato che la serratura era guasta. Ma perché ve ne parlo? Perché l’esperienza di essere tagliato fuori mi ha fatto riflettere su quanto la nostra vita privata sia spesso inaccessibile o incomprensibile anche a noi stessi. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere dal punto di vista materiale; ma in senso filosofico, lo ammetto, mi succede spesso di sentirmi escluso dalla mia stessa esistenza. A volte ho l’impressione di osservarmi dall’esterno, senza riuscire a comprendere il nesso profondo che unisce le azioni di una giornata.
Forse il blog serve anche a questo. È un taccuino d’appunti in formato digitale, che mi permette di annotare qualche idea colta al volo. Lo scrivo quasi sempre in fretta, senza soffermarmi troppo a rileggere: è un modo per riflettere sul mio lavoro e per mantenere un contatto con i lettori. L’ho aperto un anno fa, su suggerimento della mia casa editrice e di qualche amico. Per divulgare i contenuti del blog, ho cominciato anche a usare (con parsimonia) il mio account su Facebook. Con il tempo, sempre più lettrici e lettori si sono iscritti alla lista di chi riceve gli aggiornamenti via mail. Inoltre, molti mi comunicano le loro impressioni: alcuni mi scrivono in privato, altri lasciano un pensiero qui oppure un commento su Facebook. E io, settimana dopo settimana, mi sono abituato a condividere questa piccola stanza virtuale, dove per fortuna si può entrare senza bisogno di tessere né di chiavi d’oro.
Per festeggiare il primo anniversario del blog, ho pensato di riproporvi qualche articolo. Ecco per esempio quelli con cui ho cominciato il 29 ottobre 2015 (due nello stesso giorno!).

1) Alla ricerca della noia

2) In a sentimental mood

Ho chiesto poi al gestore del sito di segnalarmi i tre articoli più letti (cioè quelli che fino a oggi hanno collezionato più “visualizzazioni”).

1) Working poor

2) La stanza chiusa

3) “Chi va a Parigi, va a casa”

Ecco infine cinque articoli che trovo significativi, per una ragione o per l’altra:

1) Il citofono di Cremona, dove ricordo la figura del mio bisnonno Benvenuto Fazioli.

2) Il gusto della birra, dove mi siedo al tavolino di un bar in compagnia del commissario Maigret.

3) “Every style is the result of a handicap”, dove parlo dei miei tentativi con il sax.

4) Kids are pretty people, dove rifletto sulla scuola e l’educazione.

5) La luna sottoterra, dove racconto di quando mi sono travestito da mezzaluna per carnevale.

Qualcuno mi consiglia di pubblicare con maggiore frequenza (ma anche volendo, non riuscirei; inoltre vorrei preservare i lettori che si sono iscritti agli aggiornamenti: un messaggio alla settimana mi sembra più che sufficiente). Altri invece mi hanno suggerito di diradare gli articoli, perché a questo ritmo non hanno il tempo di leggerli (ci penserò). Altri ancora mi chiedono di proporre articoli più brevi: in effetti, mi sono accorto che rispetto a qualche mese fa sono diventato più prolisso (cercherò di limitarmi).
Ma che compleanno sarebbe senza stappare una bottiglia? Per l’occasione, chiederei a Paolo Conte di versarci un po’ del suo Ratafià. Si tratta di una canzone del 1987 (nell’album Aguaplano), in cui c’è un verso che dice così: Il cinema è un gaucho seduto al caffè.
È una frase che mi sembra ricca d’ispirazione. Mi piacerebbe che in questo blog ci fosse proprio quell’atmosfera di avventurosa contemplazione della vita: l’inquietudine del gaucho, la quotidianità del caffè, la meraviglia del cinema.
Che altro dire?
Beviamo questo ratafià, e non perdiamoci di vista.

Condividi il post

Elogio degli invisibili

Che cosa accade a un romanzo, dopo che l’hai scritto? Se viene pubblicato, se qualcuno lo legge, vuol dire che la tua presenza non è più necessaria. Ma dove vanno a finire quei personaggi, quel mondo che era così intimamente tuo? E tu, che hai trovato questa storia e hai provato a narrarla, tu – autore – hai ancora il diritto di aggirarti nel “tuo” mondo?

Di recente mi è capitato di prendere in mano una copia del mio romanzo L’arte del fallimento (Guanda). Ho sfogliato qualche pagina: mi parevano le parole di un altro. Allora Mario, il suo tormento, il suono del sax fra i mobili di Dolcecasa, i tatuaggi di Lisa, Contini che si aggira nei boschi… tutto questo non è più roba mia? Di sicuro, è ancora radicata dentro di me la domanda su che cosa sia il fallimento, su come si manifesti nella nostra vita.
img_7161Mi è tornata in mente una lirica di Walt Whitman, che avevo letto anni fa. Il titolo è A quelli che hanno fallito. Ecco la traduzione (qui l’originale): A quelli che avevano alte aspirazioni, e hanno fallito, / ai militi ignoti caduti in prima fila, combattendo, / ai macchinisti tranquilli e fedeli – ai viaggiatori troppo 
ardenti – ai piloti nelle loro navi, / ai numerosi sublimi canti o dipinti mai riconosciuti –
 vorrei erigere un monumento tutto coperto
 d’alloro, / alto, più alto di ogni altro – / a quanti furono falciati
 prima del tempo, / posseduti da uno strano spirito di fuoco,
 spenti da una morte precoce.
Queste parole, in maniera curiosa, mi hanno restituito L’arte del fallimento. Da sempre la mia attenzione è attratta dai militi ignoti, da quelli che sono posseduti (e bruciati) da uno strano spirito di fuoco. Non sono per forza vicende epiche: tracce di storie perdute s’insinuano pure tra i frammenti della quotidianità. Nel romanzo, Mario non riesce a trattenere uno sfogo.

«Una volta sono passato davanti alla casa di un mio compagno delle medie. Cioè, la casa dei suoi genitori: lui si è bruciato il cervello con le droghe a vent’anni, ora ne dimostra cinquanta e gira per la città parlando da solo. Un altro compagno invece ha due bambini, organizza le feste di compleanno dei figli e applaude ai loro saggi musicali. Perché? Che cosa è successo a quei due, che erano nella stessa classe?»
Mario riprese fiato. Il silenzio intorno era irreale. Pareva che Lisa non respirasse nemmeno.
«Chi li vede mai tutti gli sbandati, quelli rimasti indietro, quelli che si sono schiantati, gli sfigati, quelli che a quindici o a venticinque anni hanno avuto il loro momento di gloria e adesso fanno finta che sia tutto normale? Guarda, il mondo è pieno di falliti che non si riprendono.»

I fallimenti sono ovunque: nella cronaca, nei luoghi di lavoro, nello sport. In un breve capitolo di Addio al calcio (Einaudi 2010), Valerio Magrelli riassume la vicenda di Claudio Valigi: nato nel 1962, centrocampista brillante, all’inizio degli anni Ottanta era conteso da varie squadre di Serie A. Acquistato dalla Roma, partecipò alla vittoria dello scudetto 1982-83. L’allenatore Niels Liedholm lo soprannominò “erede di Falcão”, per una somiglianza nello stile con il campione brasiliano. Da quel momento, non seppe mantenere le aspettative: passò al Perugia, al Padova, giocò a Messina, Benevento, Mantova, finché abbandonò l’attività agonistica. Claudio Valigi – commenta Magrelli – è il nostro milite ignoto. Rappresenta le decine di migliaia di ragazzi caduti sul percorso della gloria senza arrivare a ottenerla.
img_7156Non sempre, tuttavia, l’invisibilità è sinonimo di fallimento. Certo, il percorso professionale di Valigi sembra una sconfitta. Ma che cosa ne sappiamo noi del suo destino, della sua coscienza, del suo modo di stare al mondo? Ci sono smarrimenti inevitabili, che non sono il prologo di una vittoria né un insegnamento di saggezza; ma che, semplicemente, ci rendono noi stessi. E non è poco.
Se c’è una speranza, secondo me, essa proviene dagli “invisibili”. Sono quelle figure che si muovono nel profondo della vita reale, lontani dagli specchi mediatici e dal tam-tam impazzito dei social network. Magari ci sono tanto prossimi che li diamo per scontati: un collega, un insegnante, un vicino di casa. I loro segni distintivi sono la discrezione, la pazienza, la serenità. Non sono per forza nostri amici intimi, ma si rivelano nei momenti drammatici. Per una persona inquieta, come me, la presenza di queste figure è un appiglio: un pro-memoria, perché il caos non prevalga.
image1Tempo fa ho cenato in una casa dove, sopra il camino, c’erano alcuni pezzi di pietra che parevano frammenti di un dipinto. Mi hanno spiegato che nei paraggi era crollata una cappella votiva, una fra le tante che punteggiano i sentieri di montagna, senza particolare valore artistico. Prima che sgomberassero le macerie, qualcuno era riuscito a salvare qualche residuo. Di chi sono quegli occhi, quella bocca scampati al crollo dell’affresco? Nessuno può dirlo: il “santo invisibile” se ne sta fermo sulla mensola, chiuso nel suo silenzio. Anzi, in un certo senso – contro ogni previsione – si è mosso. Da un paese di montagna è atterrato qui, sul mio blog, dove continua a fare ciò che faceva da sempre: guardarci.
Ho incrociato di recente il percorso di un’altra figura religiosa, stavolta provvista di nome e cognome: si tratta di Teresa Manganiello (1849-76), vissuta a Montefusco, in Irpinia, e proclamata beata nel 2010. Non sapevo niente di lei, finché un anno fa mi proposero di scrivere la sua storia per le edizioni San Paolo. Il libro avrebbe fatto parte di una nuova collana, “Vite esagerate”, il cui intento era di raccontare persone legate alla fede, ma di farlo in maniera laica, non agiografica, con un’attenzione agli aspetti umani delle vicende.
img_7169All’inizio ero scettico, non avendo esperienza di questo tipo di narrazione. Mi spiegarono che era questa l’idea: un approccio personale a una figura già raccontata (pure in un film della RAI) e già studiata dagli specialisti. Con un pizzico di follia, accettai. Era una bella sfida, anche perché il percorso di Teresa è intrigante: morì ad appena ventisette anni, dopo una vita senza scossoni, sempre in un piccolo paese di campagna. Com’è possibile che sia sfuggita all’oblio, che qualcuno si ricordi di lei? Eppure c’è perfino un ordine religioso nato dal suo esempio: le suore francescane immacolatine, presenti in tutto il mondo. Sebbene non abbia compiuto azioni clamorose, aveva un carisma che seppe affascinare prima i suoi compaesani e poi molti altri, fra cui anche dotti e sapienti. La cultura non proviene solo dall’alfabeto: Teresa non sapeva né leggere né scrivere, ma aveva sviluppato una conoscenza approfondita delle piante e delle erbe medicinali, che usava per curare i poveri, i prigionieri, gli invisibili derelitti che non mancavano nella sua epoca, così come nella nostra.
img_7194Ho potuto avvalermi dellaiuto di Antonietta Gnerre, poetessa e giornalista che vive in Irpinia e che ha scritto la postfazione del romanzo. Grazie ai suoi preziosi consigli, ho viaggiato idealmente fra le vie di Montefusco, cercando di risalire il tempo e di identificarmi – io, scrittore del XXI secolo – con una contadina analfabeta di duecento anni fa. Il romanzo si trova in libreria; sulla quarta di copertina c’è questa frase: Teresa Manganiello è un’anomalia. Non è figlia del suo tempo, non è il prodotto di un’educazione e di una cultura. È un imprevisto, un mistero che si è manifestato un giorno qualunque.

PS: La lirica di Whitman risale al 1888-89 e proviene da Sands at Seventy (“Granelli di sabbia dei settant’anni”), nel volume Foglie d’erba, con la traduzione di Alessandro Quattrone (Demetra 1997). Il romanzo La beata analfabeta verrà presentato a Milano lunedì 10 ottobre, alle 18, nella Libreria San Paolo di via Pattari 6. Sarà presente anche il curatore della collana, Davide Rondoni (trovate qui il suo breve commento).

PPS: La fotografia di Whitman proviene da internet; quella di Montefusco è di Antonietta Gnerre (è scattata da un luogo dove probabilmente Teresa passava spesso, nelle sue escursioni alla ricerca di erbe curative).

img_7171

Condividi il post

Espero

La settimana scorsa sono andato a Losanna. Visto che alla galleria del San Gottardo c’erano tre chilometri di coda, sono passato dalla Novena. Ma nel fondovalle il traffico era fermo, a causa di un incidente: per tre o quattro ore la circolazione, come ha detto la radio, è rimasta interrotta. Durante l’attesa, le persone occupavano il tempo come potevano: telefonando, dormendo, ascoltando musica, camminando su e giù lungo la strada; alcuni turisti, fuoriusciti da un autobus, si sono messi a intonare cori alpini. Qualche chilometro più avanti i pompieri spegnevano l’incendio che, nato da uno scontro frontale, stava divampando nei boschi intorno alla carreggiata.
img_6760Ci vuole poco, ho pensato, per spezzare un pomeriggio estivo. Strade di montagna intasate, lamiere contorte, fumo, sirene di ambulanza. La sensazione di essere fermi, impotenti, a poca distanza da un evento drammatico, fonte di sconcerto e sofferenza. Quando sono arrivato a Losanna (in ritardo di parecchie ore), sentivo ancora muoversi dentro di me i sentimenti nati dalla sosta forzata: impotenza, tristezza, incomprensione. Le vie intorno all’albergo, a Épalinges, erano deserte. Per riprendermi ho deciso di fare due passi. Sentivo il suono delle mie scarpe sull’asfalto, percepivo il fiato che entrava e usciva dal polmoni, il flusso del sangue continuamente pompato dal cuore. Le strade erano vuote. I bar erano chiusi. E io camminavo, camminavo, come se il gesto mi aiutasse a sentirmi vivo.
img_6762Ero a Losanna per la consegna del premio La Fenice Europa al romanzo L’arte del fallimento. Non mi soffermo sui dettagli, limitandomi a esprimere un ringraziamento ad Adriano Cioci, Rizia Guarnieri, Claudio Toscani, insieme a tutti i membri dell’Associazione Bastia Umbra. Sono grato anche alle varie altre associazioni che sostengono il premio, in Italia e all’estero; ai lettori e alle giurie sparse per il mondo; agli autori Luigi Ballerini, Carlo De Filippis e Fioly Bocca. È la mia seconda esperienza al premio La Fenice Europa: in Umbria come a Losanna, l’accoglienza è sempre splendida. Anche quest’anno mi ha colpito la vitalità, l’entusiasmo con cui gli organizzatori – senza nessun profitto – s’impegnano a promuovere la lingua e la cultura italiana in tutto il mondo.
Non vi racconto altro, perché trovate tutto sul sito del premio e perché vorrei dedicare ancora qualche riga al gesto di camminare, che da sempre è per me un antidoto alla tristezza e all’ansia. Sabato mattina splendeva il sole, a Losanna, ed era giorno di mercato. Nelle vie del centro, sotto la cattedrale, s’incrociavano famiglie, pensionati, venditori e sfaccendati (categoria nella quale rientravo pure io). Non so spiegare in che modo dentro di me sia cresciuto un moto di leggerezza, difficile da esprimere in astratto ma legato senza dubbio al ritmo discontinuo della passeggiata. In place de la Riponne, accanto a una donna che soffiava immense bolle di sapone, circondata da un nugolo di bambini, c’era una bancarella che promuoveva la diffusione dell’esperanto, offrendo dieci lezioni gratuite. Passando di fianco, ho visto un distinto signore di mezza età che raccontava a una ragazza di essere un apprenti espérantophone, spiegandole come il nome della lingua derivi dalla parola espero, che significa “speranza”.
img_6761Sabato sera una lettrice mi ha chiesto spiegazioni su un personaggio citato nel romanzo, l’esploratore inglese Ernest Shackleton (1847-1922). Mentre le rispondevo, ho pensato che proprio Shackleton, nei suoi diari, fornisce un buon esempio di che cosa siano il fallimento e la speranza. Come esploratore, fallì quasi tutte le sue imprese: non raggiunse il polo Sud, non riuscì ad attraversare l’Antartide. Nemmeno a casa ebbe una vita serena, per colpa della depressione, dell’alcol, di amori infelici e disordinati. Ma quando le cose si mettevano male, rivelava una tenacia sorprendente. Nel 1915 perse la nave, stritolata dal ghiaccio dell’Antartide. Senza scomporsi, radunò il suo equipaggio, in mezzo al vuoto della banchisa, nel freddo, nel buio perenne. Guardò i suoi compagni e disse: bene, ragazzi, ora torniamo a casa. E ci riuscì, con un’impresa pazzesca. Un paio di anni fa, leggendo il diario di Shackleton, mi colpì un episodio marginale, accaduto durante il lungo viaggio verso la salvezza. Quel dettaglio mi rimase nella mente, mentre stavo scrivendo L’arte del fallimento.

Mario raccontò a Lisa che, dopo una traversata di millecinquecento chilometri in balia di uno dei mari peggiori al mondo, Shackleton era riuscito a toccare terra nella Georgia del Sud, non lontano da Capo Horn. E allora, in una baia sperduta, avvistò alcuni resti di navi, trascinati fin lì dall’oceano: barili, alberi, pezzi di pennoni, di chiglia, e fra le altre cose anche il modellino di uno scafo di nave, di certo un giocattolo per bambini.
– Shackleton si chiede quale tragedia si nasconda dietro quell’oggetto – disse Mario. – Un giocattolo, capisci? L’unica traccia di un naufragio: un piccolo giocattolo sbattuto dal mare sulle rocce, in capo al mondo. Tutte le speranze, l’entusiasmo, chissà, forse una famiglia di emigranti… è una cosa che, a pensarci, ti viene da piangere.
Ci fu un lungo silenzio. Poi Mario mormorò:
– Ecco il fallimento. Non gli insuccessi dei grandi, nemmeno i disastri di Shackleton. Ma quel giocattolino, quella nave in miniatura dice tutto quello che mi serve.
– E cioè?
– Non so che storia ci sia dietro, nessuno lo saprà mai. Che cosa significa, perché il giocattolo si è salvato? Non riesco a capirlo, ma ho qualcosa su cui riflettere. – Una pausa. – O forse non bisogna capire, forse bisogna solo pensarci, ogni tanto, a quella piccola nave.

Quando Mario viene a sapere di questo episodio, riconosce in quel giocattolo un simbolo della sua stessa vicenda. Il fallimento di Mario è meno tragico, ma anche lui deve accettare una sconfitta. Insomma, quella piccola nave intravista da Shackleton, in mezzo ai detriti scampati alla bufera, diventa un emblema. Per Mario è qualcosa su cui riflettere, per me è come un promemoria: pur senza capire, cerco di non dimenticare chi ha fallito, chi non ce l’ha fatta, chi è rimasto per strada. Nelle mie storie, tento di dare spazio e voce a questi personaggi.
img_6764Paradossalmente, quel giocattolo sbattuto sulle rocce può essere anche un segno di speranza. Che cosa ne sappiamo noi, in fondo, di ciò che si perde e di ciò che rimane? Quando una sconfitta si fa narrazione, lascia sempre qualcosa nelle menti e nei cuori, incide una ferita nella memoria. Finché ci saranno emigranti, famiglie che affrontano Capo Horn, esploratori tenaci, viaggiatori per mare e per autostrada, navi giocattolo, creatori di bolle di sapone, inventori di lingue, scrittori e lettori, finché ci saranno uomini e donne che parlano del futuro, non sarà vano pronunciare in ogni lingua la parola espero.

PS: In italiano potete leggere: Ernest Shackleton, Sud. La spedizione dell’Endurance in Antartide 1914-1917, Mursia (avevo parlato di questo volume anche qui, su “Il Libraio”). Fra l’altro Frank Hurley, il fotografo della spedizione, riuscì miracolosamente a salvare alcune lastre. Qui sotto, ecco un’immagine storica: gli uomini rimasti in attesa nell’inferno gelido di Elephant Island salutano il loro capitano che, dopo un’impresa ai limiti dell’umano, è tornato a prenderli.

shackleton_wideweb__430x3211

Condividi il post

Tony Fruscella

Di recente, durante una presentazione, una lettrice mi ha detto di aver ascoltato L’arte del fallimento in forma di audiolibro e di aver pensato che sarebbe bello, ogni tanto, accompagnare la lettura con i brani musicali citati nella storia. Secondo me è pericoloso: la musica in un’opera narrativa vuole forse essere immaginata, più che ascoltata. È vero però che ho presentato spesso L’arte del fallimento insieme a un musicista, per evocare i brani presenti nel romanzo (la prossima volta sarà sabato 23 luglio a Lugano-Longlake con Zeno Gabaglio: ecco qui tutti i dettagli). Ma un conto è una presentazione, un altro conto è una lettura integrale, che ha bisogno di silenzi e di spazi vuoti nei quali fantasticare.
IMG_4734Di sicuro la musica ha un ruolo importante nel romanzo: è la storia di un sassofonista che anche attraverso il jazz trova la forza per sopportare i suoi fallimenti. Ecco perché ho scelto di citare direttamente tanti brani. Ed ecco perché ho cercato di curare il ritmo, le parti in maggiore e quelle in minore, le differenti tonalità armoniche… In un certo senso, mi sono divertito a scrivere come se componessi un brano musicale.

Il jazz è la musica di chi si trova a terra e, in qualche modo, tenta di rialzarsi. È un eterno confronto con i limiti, con gli errori. Anzi, è la speranza che proprio negli errori si nasconda una possibilità di salvezza. Perciò Mario insisteva nell’ascoltare i suoi vecchi dischi in vinile, sulla sua vecchia poltrona sfondata, senza preoccuparsi se il mondo andava più veloce di lui. Aveva imparato che un piccolo ritardo sulla pulsazione non è dannoso, anzi, insegna ad accogliere gli imprevisti.
Django Reinhardt suonava la chitarra senza due dita, Bud Powell era minato dalla pazzia, Charlie Parker dalle dipendenze, Thelonius Monk doveva gestire la sua stranezza. Perfino l’impeccabile Keith Jarrett nel 1996 era caduto in una sindrome da affaticamento cronico. E la musica stessa, il jazz, continuava a morire e a resuscitare a ogni generazione.

Questo brano, preso dal capitolo 67, mostra anche l’importanza dei limiti, delle imperfezioni (ne ho già parlato qui, accennando alla mia esperienza con il sax). Di recente mi è capitato di ascoltare un trombettista che avrebbe meritato una citazione nel romanzo: Tony Fruscella. È uno di quei musicisti spazzati via dalla storia, risucchiato da quella che lo scrittore Robert Reisner definì una tenace volontà di fallire. Nacque nel 1927, nel Greenwich Village di New York, da una famiglia di lavoratori italo-americani. Non si sa nulla della sua infanzia, se non che crebbe in un orfanotrofio, nel quale imparò a suonare la tromba e dal quale se ne andò a quattordici o quindici anni. Fino a quel momento, aveva ascoltato soltanto la musica suonata in chiesa durante le funzioni. Negli anni successivi approfondì la conoscenza della musica classica e del jazz. Presto cominciò a suonare nei locali; passò anche dalle formazioni di Lester Young e Stan Getz, ma sempre fuggevolmente. Nel 1955 incise il suo primo e unico disco “ufficiale”; solo dopo la sua morte uscì qualche altra registrazione (nel 1981, nel 1999 e nel 2011). A partire dalla fine degli anni Cinquanta, l’alcol e la droga presero il sopravvento. Fruscella cominciò a entrare e uscire dagli ospedali, dalle prigioni. Presto di lui si perse ogni traccia: era diventato un senzatetto, un barbone che percorreva le strade in cerca di lavoretti occasionali. Morì di cirrosi epatica nel 1969.
Una storia tragica. La cosa sorprendente è che nella musica, invece, Fruscella era austero e disciplinato (sempre secondo la definizione di Reisner), capace di rigore e di precisione, ma soprattutto di suscitare emozioni con assoli di limpida bellezza. Non c’era un solo cromosoma commerciale nel suo corpo (Reisner): la musica era un mezzo intimo, profondo, per inseguire e rappresentare la grazia. Perciò è commovente un brano come “His Master’s Voice”.

La tromba di Fruscella suona nel registro medio una melodia semplice e discendente, ispirata a un inno sacro: tanti anni dopo, rivive il ricordo dei canti ascoltati nella sua infanzia all’orfanotrofio. Il suono è denso e leggero nello stesso tempo. L’assolo riesce a raccontare una storia, superando gli ostacoli del tempo e della rovina; sentite come comincia, a 0.53: insieme alla malinconia mi sembra di avvertire un residuo di speranza, di fiducia, in quell’affidarsi al ritmo, alla sapienza misteriosa del fraseggio.
A Fruscella accennò anche Jack Kerouac, in un suo racconto degli anni Cinquanta in cui descrive l’atmosfera delle jam session al Village: Per non parlare di Tony Fruscella che si siede a gambe incrociate sulla moquette e suona Bach con la tromba, a orecchio, e più tardi di notte suona jazz moderno con la band.
IMG_4732Non voglio trasformare in un mito la vita disperata di molti jazzisti degli anni Cinquanta. Non voglio nemmeno approfondirne (e come potrei?) le dinamiche psicologiche e sociali. Voglio solo condividere quel rimasuglio di bellezza che Fruscella riuscì ad afferrare. Mi stupisce quella melodia rimasta sepolta nell’anima fin dagli anni dell’orfanotrofio, custodita fra mille peripezie e finita dentro un disco che se ne sta qui, sul tavolo, davanti al mio computer. Mi dispiace non aver nominato Tony Fruscella nel romanzo. Rimedio ora, dedicandogli questo articolo sul blog e questa citazione dal capitolo 62.

Fin da bambino Mario aveva sempre amato il disegno e la musica. Quando attraversava un brutto momento, linee, forme e parole lasciavano spazio nella sua mente a un tonalità di colore che nello stesso tempo era anche un suono. Era il blu.
La fuga, il ritorno, la morte, il fallimento, l’umiliazione, lo scandalo, la paura, tutto era blu scuro. Ma nel fondo buio del colore c’era la possibilità di un’apertura, di una pazienza provvista di sorprese. E allora ecco l’azzurro di un pensiero inaspettato, di una sintonia, quando nel blu apparivano anche la distratta caparbietà di Contini, gli stupori di Lisa o semplicemente la consapevolezza che improvvisare, nella musica e fuori dalla musica, è l’arte di accettare ciò che accade, prima di reagire.

PS: Il disco di Fruscella, intitolato Tony Fruscella e pubblicato dalla Atlantic, è stato registrato a New York nel mese di marzo del 1955. Insieme a Fruscella, ci sono Allen Eager (sax tenore), Danny Bank (sax baritono), Chauncey Welsch (trombone), Bill Triglia (piano), Bill Anthony (contrabbasso) e Junior Bradley (batteria).

PPS: Le citazioni di Robert Reisner provengono da Tony Fruscella. The names of the forgotten, un articolo di John Dunton apparso sul blog jazzprofiles.blogspot.ch.

PPS: Il testo di Kerouac è tratto dal racconto “New York Scenes”, nel volume Lonesome Traveler, pubblicato in inglese nel 1960 e in italiano nel 2010, da Mondadori, con il titolo L’ultimo vagabondo americano.

Condividi il post