L’incanto dell’avventura

Da bambino confondevo la vita con i romanzi di avventura. Il confine tra la realtà e l’immaginazione era sfumato: leggevo Salgari, Verne, Bonelli, mi avvolgevo nelle storie come in una coperta. E mi preparavo a navigare al largo di Capo Horn, a cavalcare nelle praterie, a venire allevato dai lupi o a difendermi dagli strangolatori thugs. Qualche anno dopo, visto che nessuno tentava di strangolarmi, cominciai a rendermi conto che la vita era una faccenda diversa. La mia quotidianità non prevedeva l’abilità nel maneggiare un kriss malese, né la capacità di usare l’astrolabio per tracciare una rotta nei mari del sud. Tutte le mie nozioni su come sopravvivere a un naufragio su un’isola deserta si rivelarono pressoché inutili per affrontare una giornata di scuola. Certo, i naufragi avvengono anche nella quotidianità, ma in maniera più insidiosa, più straziante. Mi resi conto che i romanzi potevano confortarmi nelle circostanze difficili. In un certo senso, il me stesso adolescente raggiunse la consapevolezza del me stesso bambino, in maniera un po’ più tortuosa. I romanzi d’avventura non sono slegati dalla vita, non consistono in una pura evasione. Come tutte le storie, sono un modo per rappresentare il mistero e le contraddizioni degli esseri umani.
Il suo stesso essere nel mondo è per ogni essere umano il miracolo e l’enigma davanti a cui si trova posto e che costituisce l’inquietudine della sua esistenza. Queste parole del filosofo Eugen Fink illustrano bene il concetto. È ingannevole considerare la vita quotidiana come stabile, assodata, sicura. Se i romanzi di avventura servissero anche solo a mantenere desta l’inquietudine, ci renderebbero un immenso servizio. Parlo naturalmente di un’inquietudine che ci spinga a muoverci, a conoscere – pur nel tormento – e non dell’angoscia paralizzante in cui purtroppo ogni inquietudine, talvolta, rischia di sfociare.
Ecco perché, quando apro un libro come Scaramouche, percepisco che sta parlando (anche) di me. È una vicenda di cappa e di spada ambientata nella Francia del XVIII secolo. Il protagonista André Moreau intraprende un cammino rischioso per vendicare la morte del suo migliore amico. Nel corso della narrazione, come accade sempre nelle buone storie, finirà per trovare altro rispetto a ciò che s’immaginava. Scaramouche affronta temi psicologici (il valore dell’amicizia e dei legami di famiglia), sociali (nel corso della vicenda scoppia la Rivoluzione francese) e filosofici (la personalità doppia, la ricerca d’identità). Ma la sua vera forza sta nel dinamismo, nella profonda vivacità dei personaggi. L’autore Rafael Sabatini nacque in Italia nel 1875 e morì in Svizzera nel 1950. Di padre italiano e madre inglese, poliglotta e viaggiatore, fu un cittadino britannico e scrisse sempre in inglese. Nel romanzo affiorano i suoi legami con altre lingue e culture, oltre a un’ironia che si ritrova nei due film tratti dall’opera.
Il primo venne girato nel 1923, appena due anni dopo l’uscita del libro: è un film muto, con la regia di Rex Ingram e Ramon Navarro quale protagonista. Il secondo risale al 1952 e venne diretto da George Sidney, che era uno specialista di musical. Gli attori infatti si muovono con una leggiadria che non capita spesso di vedere nei film d’azione. Uno degli aspetti che mi commuove è proprio questo incanto, questa grazia nell’esserci, nonostante le difficoltà. Questo afferrare la pienezza dell’istante.
Scaramouche è insieme allegro, malinconico, drammatico, crudele, a seconda delle scene. Spesso il regista ferma il tempo narrativo, come si usa nei musical, per inserire sequenze girate con la durata reale. Nel caso dei musical si tratta di canzoni e balletti. In Scaramouche, i balletti sono sostituiti dai duelli con la spada, la cui coreografia è curata in ogni dettaglio. Nella magnifica sequenza dello scontro finale, i due rivali si affrontano all’interno di un teatro, rincorrendosi per più di sei minuti sul palco, nel corridoio, nella platea, nella galleria, mettendo in scena una sorta di “teatro nel teatro”. Goffredo Fofi, nella sua introduzione al romanzo, lo definisce il più lungo e il più bello tra i duelli alla spada nella storia del cinema.

Scaramouche è una storia di avventura, lontana nel tempo e nello spazio, ma è anche la mia vita, con il suo impasto di dolcezza e dolore, malinconia e vitalità, rabbia e tenerezza. Come non essere lì, come non sentirci noi stessi protagonisti, quando leggiamo la prima frase del romanzo? Era nato con il dono della risata e la sensazione che il mondo fosse pazzo.

PS: Le parole di Goffredo Fofi provengono dall’edizione italiana del romanzo, pubblicata nel 2009 da Donzelli (traduzione di Nello Giugliano). La frase di Eugen Fink, da me tradotta, è presa dal saggio Spiel als Weltsymbol (Stuttgart 1960). Il volume è apparso anche in italiano, tradotto da Nadia Antuono con il titolo Il gioco come simbolo del mondo (Hopefulmonster, Firenze 1992).

PPS: Anche la firma di Sabatini (la terza immagine dall’alto), era precisa e leggiadra come un colpo di fioretto.

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10 pensieri su “L’incanto dell’avventura

  1. Ricordo ancora oggi con nostalgia la sensazione di appartenere a un mondo esotico e avventuroso che mi avvolgeva da ragazzo! Mi manca…

  2. È vero che i film certe volte fanno inquietudine, come un senso di avventura, di nuovo orizzonti… bello, non ci avevo mai pensato! 😍 Però purtroppo a me capita anche quell’altra inquietudine che dici, come una paralisi di tutto. Allora cerco di muovermi, di vivere un po’ di avventura, anche solo di uscire per una corsetta. 🏃‍♀️🏃‍♀️
    Grazie come sempre per le tue parole, scrittore! 😘

  3. Ricordo di avere visto il film, tanto tempo fa, da ragazzo. Ma il libro non lo conoscevo e mi incuriosisce. È proprio vero che ogni tanto un bel romanzo d’avventura ci regala un soffio di libertà, seminando anche qualche domanda dentro di noi. Ci sono in giro altri libri in italiano di Sabatini? Grazie!

    1. DI Rafael Sabatini ho letto, oltre a Scaramouche, due fra i suoi romanzi più celebri: Lo sparviero del mare (The Sea Hawk, 1915) e Capitan Blood (Captain Blood, 1922). Sono ben costruiti e appassionanti. Da entrambi sono stati tratti un paio di film. I due romanzi si trovano facilmente anche in italiano; altre sue opere invece sono reperibili solo come libri usati, con un po’ di fortuna, su qualche bancarella. Un cordiale saluto!

  4. Ripensando alle avventure giovanili, concordo pienamente col titolo “Incanto dell’Avventura”… sia per i libri letti, sia per i film visti, sia per le ricostruzioni “teatrali” che facevamo giocando in giardino o nei campetti di periferia: di volta in volta eravamo Argonauti o Moschettieri del Re di Francia o Ranger guidati da Kit Carson, o anche gli Eroi di Alamo assediati dal cattivo generalissimo Santa Anna, o il manipolo di ribelli apache di Geronimo.
    Grazie, Andrea, per l’ottimo articolo e per aver ringiovanito i pensieri miei e di altre persone. Ah, tra le mie avventure preferite c’erano anche quelle del Mississippi scritte da Mark Twain.

  5. Ho trovato particolarmente vera e suggestiva la sintesi puntuale di Lei Andrea:
    “È ingannevole considerare la vita quotidiana come stabile, assodata, sicura. Se i romanzi di avventura servissero anche solo a mantenere desta l’inquietudine, ci renderebbero un immenso servizio. Parlo naturalmente di un’inquietudine che ci spinga a muoverci, a conoscere – pur nel tormento – e non dell’angoscia paralizzante in cui purtroppo ogni inquietudine, talvolta, rischia di sfociare.
    Ecco perché, quando apro un libro come Scaramouche, percepisco che sta parlando (anche) di me.”
    Personalmente l’ho verificato su qualche persona conosciuta, anche su mio padre in vari momenti di difficoltà nel lavoro. Pare non sia facile sfuggire all’angoscia paralizzante… e se veramente una base conoscitiva fatta anche di Romanzi d’Avventura fosse un antidoto efficace?

    1. Credo anch’io che le storie, e i romanzi di avventura in particolare, possano avere una funzione di antidoto all’angoscia paralizzante. Nei casi più gravi naturalmente non sono sufficienti, però possono smuovere qualcosa: a volte riescono a trasformare la malinconia nera in una inquietudine positiva, fatta di curiosità, di creatività. Non bisogna mai sottovalutare il potere delle storie, anche di quelle più semplici.

  6. Penso sia tutto vero, condivisibile. Attorno ai nove o dieci anni leggevo sul Corriere dei Piccoli le storie a puntate di Mino Milani, davano una bella carica che forse è rimasta, la carica a cercare la scoperta e forse superare qualche momento storto.
    Da più grandicello (ieri, ah ah…) sono arrivato a pagina 256 dell’Arte del Fallimento ed ho letto: “… ecco l’azzurro di un pensiero inaspettato, di una sintonia, quando nel blu apparivano anche la distratta caparbietà di Contini, gli stupori di Lisa o semplicemente la consapevolezza che improvvisare, nella musica e fuori dalla musica, è l’arte di accettare ciò che accade, prima di reagire.” Non so bene, istintivamente l’ho collegato con l’Incanto dell’Avventura e del suo potere curativo.

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