Greina

Ecco la domanda: chi siamo noi, davvero? Dove passa il confine fra noi-stessi-ma-proprio-noi e ciò-che-ci-siamo-o-che-ci-hanno-cucito-addosso? A voler essere precisi, bisognerebbe rispondere come Giobbe: nudi siamo usciti dal ventre di nostra madre, nudi ritorneremo nel ventre della terra. Il resto è solo, come dire, un intermezzo. Ma è un intermezzo pieno di case, famiglie, passaporti, tatuaggi, pranzi della domenica, autobus, banconote e altri vestiti più o meno eleganti, che velano la primordiale nudità.
Quando scrivo un romanzo, cerco di prestare attenzione ai dettagli. Ma soprattutto mi sforzo di cogliere quello che Simenon chiamava l’homme tout nu, l’uomo nudo, nella sua natura essenziale. La difficoltà consiste nell’usare i dettagli concreti della storia come un mezzo e non come un fine. In che modo conservare questa schiettezza narrativa? Spesso alcuni gesti in apparenza semplici, come quello di camminare, mi aiutano a riordinare i pensieri.
Il pianoro della Greina si trova fra le montagne a nord della Svizzera italiana. Da migliaia di anni è un valico per chi viaggia attraverso le Alpi. Oggi il Passo della Greina, a 2362 metri sul livello del mare, segna il confine fra due Cantoni elvetici: Ticino e Grigioni. Ma è proprio l’idea di “confine” a diventare labile quando ci si trova lassù, nella vastità dell’altopiano in cui sole, vento e acqua discutono fra loro con parole nate prima di ogni linguaggio. Che senso ha distinguere una nazione dall’altra? Ci affanniamo a litigare su “cittadinanza”, “identità”, “tradizioni storiche”, “valori nazionali”, “patria”, “politiche migratorie”, “istituzioni”… e trecento milioni di anni fa qui c’era soltanto acqua. Un mare calmo, tropicale. Un moto di onde senza frontiere, incessante, sempre uguale a sé stesso. Camminando per la Greina, la vertigine non è data dall’altezza, ma dal tempo: ogni passo segna il trascorrere dei millenni. Da uno strato roccioso all’altro, si misura l’ampiezza e la lentezza dei movimenti che hanno creato il suolo, quello stesso suolo che ci pare immutabile e che possiamo misurare, ma non veramente possedere.
A nord c’è lo gneiss occhiadino, che è una roccia metamorfica. Il gruppo del Piz Medel, del Valdraus e del Gaglianera risale all’era paleozoica, circa trecento milioni d’anni fa. La tonalità di fondo è grigiastra, rischiarata dal verde dell’erba e del muschio. Poche centinaia di metri più a sud, prevale il giallo delle dolomie, con le striature rossastre del magnesio: sono rocce sedimentarie del Triassico, nate circa duecento milioni di anni fa. Ancora più a sud, si trovano i calcescisti e gli argilloscisti: dal Piz Coroi al Piz Terri, sono ammassi giganteschi di rocce nere. Le montagne si formarono dall’accumulo di sabbia, giù nelle profondità del mare, dove si posavano i sedimenti minuscoli portati dai fiumi. Durante il Giurassico e il Cretaceo, dai centottanta agli ottanta milioni di anni fa, la materia organica si trasformò in grafite; oggi, nelle giornate di sole, brilla come uno specchio.
Proprio questo è la Greina: uno specchio. Il mutare del tempo diviene la consistenza stessa del paesaggio. Mi sposto dal nero al giallo fino al grigio – nell’ampio silenzio interrotto dal frusciare dei torrenti e dal fischio delle marmotte – e penso che sto viaggiando verso il passato. Tutto pare immobile, ma i moti convettivi che crearono queste valli e queste montagne stanno ancora lavorando, proprio nel ventre della terra. Anche se non sembra, ogni cosa lentamente cambia. Nella desolazione spiccano i movimenti minimi: il fremito di un girino dentro una pozza, il ciondolio di una vacca al pascolo, il guizzo di uno stambecco fra gli spunzoni di roccia. Anche i miei gesti mi sembrano più netti, come se lasciassero un’eco visuale nello spazio: bere un sorso d’acqua, appoggiare il bastone, aggiustare il cappello. Ogni azione elementare, per effetto del paesaggio, acquista una densità, un senso compiuto e misterioso.
Come tutti gli specchi, infatti, la Greina conserva qualcosa di segreto. Lo scrittore olandese Cees Nooteboom annotava: C’è qualcosa di misterioso nel fatto che i paesaggi, che in definitiva non sono responsabili della tua esistenza, che in ogni caso non hanno nulla a che farci e che sicuramente non se ne curano affatto, ciò nonostante esprimano qualcosa di quello che provi perché se così non fosse non proveresti nulla per quello che vedi. I paesaggi, visti o immaginati, restano dentro di me, riflettono un’immagine di ciò che sono e mi sorprendono a mezza costa fra il passato e il futuro, incerto, inquieto come sempre. Sulla Greina affiorano sorgenti che scendono nel Reno e poi nel Mare del Nord, da una parte, e che dall’altra giungono fino al Po e al Mediterraneo. Essere qui è essere altrove, in una vicissitudine spazio-temporale che mi comprende e che mi sovrasta. Risalgo la parete di un canyon, passo accanto agli archi e ai monoliti della dolomia. Poi supero le doline erbose, avanzo fra i meandri del fiume, nella pianura alluvionale.
L’aria è fredda, sale la nebbia. Comincia a piovere. Mi sembra che potrei camminare per sempre lungo questo frammento di tundra. Così in alto, dentro questo vuoto, la vita e la morte si mostrano per quello che sono: inesorabili. Animali e piante si adattano, per sopravvivere si aggrappano con tenacia a ogni espediente, a ogni spiraglio. E noi esseri umani, che pensiamo di possedere le cose, non lottiamo forse allo stesso modo? Con la differenza che a noi non basta essere dentro un paesaggio, ma vogliamo trovare noi-stessi-ma-proprio-noi, vogliamo indagare le ragioni del nostro vivere e del nostro morire. Anche i protagonisti delle mie storie, dentro il fluire delle vicende quotidiane, devono fare i conti con la loro intrinseca nudità. Mentre mi avvolgo nel mantello, sotto la pioggia leggera nel cuore dell’altopiano, mi vengono in mente i miei personaggi. È tutto qui: la vita e la morte. Ed è il riassunto di ogni storia, dal principio del mondo fino a questo giorno di metà settembre.

PS: La frase di Giobbe proviene dal libro omonimo della Bibbia (Gb 1, 21). Il riferimento di Simenon all’homme tout nu si trova in parecchi testi o interviste; per esempio nella conferenza Le romancier, tenuta a New York nel 1945: Je me rapprochais de l’homme, de l’homme tout nu, de l’homme en tête à tête avec son destin qui est, je pense, le ressort suprême du roman. Il testo completo si trova in L’Âge du roman (Complexe 1988). Le parole di Cees Nooteboom risalgono al 1981 e sono tratte da Voorbije passages (De Arbeiderspapers, Amsterdam 1989). In italiano, tradotte da Fulvio Ferrari e Marco Agosta, sono citate in Cees Nooteboom, Avevo mille vite e ne ho presa una sola (Iperborea 2011).

                                         

PPS: Grazie a Paolo per la documentazione e per alcune delle fotografie che illustrano questo articolo; ma soprattutto, grazie per avermi fatto da guida. (A proposito: lo gneiss occhiadino, che ho citato sopra, si chiama così per il feldspato plagioclasio, di colore bianco, che forma quasi degli occhi all’interno delle rocce). Un ringraziamento ai gestori della Capanna Scaletta per l’ottimo vitto e per la gentile accoglienza.

PPPS: La regione della Greina è un altopiano lungo circa sei chilometri e largo uno. Si allunga in tre direzioni: a est il Plaun la Greina, a sud l’Alpe di Motterascio e a ovest il Piano della Greina. Al centro di questa area, su un grande masso, è stata infissa una croce di ferro battuto: è il Cap la Crusc (il sasso della croce).

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10 pensieri su “Greina

  1. Magnifico excursus fra paesaggi rocciosi e paesaggi dell’anima. È una piccola guida geografico-spirituale per visitare la Greina! Purtroppo abito lontano, ma le confesso che mi è venuto il desiderio di andarci (a proposito, grazie anche per il link alla Capanna).
    Un giorno o l’altro camminerò anch’io per quell’altopiano, guidato dalle sue parole. Intanto, un cordiale saluto e complimenti per il blog, che seguo sempre con piacere.

    1. Gentile Sergio, grazie mille per il suo riscontro. Spero davvero che avrà l’occasione di visitare la Greina. Se poi volesse farmi sapere, ne sarò lieto. Un cordiale saluto, buona domenica!

  2. Bello! La cosa che mi ha più impressionato, oltre alla capacità narrativa di raccontare un uomo che cammina nella tundra, è la presenza di quelle montagne nere e brillanti. Una domanda tecnica: in che modo si è formata la grafite? Grazie! 🙂

    1. Grazie per il pensiero. Provo a rispondere alla domanda tecnica con l’aiuto degli appunti che mi ha procurato la mia guida. La presenza di grafite (che dà il colore alla roccia) è causata dalla presenza organica durante il deposito; il bacino che ha accolto i sedimenti doveva essere più o meno chiuso, visto che la materia organica si trasforma in grafite in assenza di ossigeno. Spero che sia abbastanza chiaro… Buona domenica!

  3. Bravo Andrea, complimenti. Ignoravo del tutto le tue conoscenze geologiche/mineralogiche. La Greina, a mia conoscenza, è l’unico luogo in Ticino dove spaziando con lo sguardo non vedi né tralicci, né condotte d’acqua, né fili dell’alta tensione. Sei lì tu, confrontato con la natura, che però non dovresti solo guardare ma – so che è piu’ difficile – anche vedere.
    Comunque: bravo!

    1. Grazie, Marcello. A dire il vero a istruirmi sulla geologia è stato Paolo, l’amico che era con me alla Greina. Non avevo riflettuto sulla mancanza di segni umani; ora che mi ci fai pensare, penso proprio che questo contribuisca al grande fascino dell’altopiano. In generale negli spazi vuoti – come nel deserto – l’assenza è un invito a guardare con più attenzione. E il vuoto, in realtà, è sempre più abitato di quanto appaia a prima vista…
      Buona domenica!

  4. Ci sono salito con mia sorella e mio fratello una prima volta da Ghirone, quando c’era ancora la vecchia piccolissima Capanna Scaletta (credo sei posti letto con una stufa/cucina a legna – da me in pianura la chiamavamo “stufa economica”, una macchina termica ormai scomparsa col “progresso”). Camminare l’Altopiano in una giornata brulla di fine estate e con un poco di pioggerella aveva suscitato emozioni “magiche”, raramente provate in altri luoghi. Tornando prima di sera verso la Scaletta per ridiscendere al basso, c’eravamo imbattuti in un branco di stambecchi che si aggiravano ad un’ottantina di metri dal sentiero… evidentemente il silenzio e la giornata poco adatta alle escursioni li aveva attirati là, ne avevamo contati addirittura ventiquattro, uno più uno meno. Eravamo stati ad osservarli in silenzio almeno una ventina di minuti. Che bella sensazione!
    La salita dalla Diga del Luzzone alla Capanna Michela e l’Alpe Motterascio la racconto poi, ora vado a nanna che è tardissimo, stavo lavoricchiando un po’ coll’elaboratore. Ma vorrei consigliare un’altra visita emozionante, in un’area molto meno ampia ma del tutto inconsueta: il breve pianoro in leggera salita dalla Capanna del Campo Tencia al laghetto del Morghirolo (sui 2400 metri, incastonato tra cime tutt’intorno). Camminando il pianoro, sembra di essere sulla luna… o Tex Willer in visita alla capanna del Morisco!! È lunghetto arrivarci, da Dalpe in Leventina lungo la bella Piumogna, oppure da Fiesso via Lago Tremorgio e Passo del Leìt (ma da Fiesso al Tremorgio è una bella rampata “in piedi” di novecento metri di dislivello).

    1. Gentile Giuseppe, grazie mille per i suoi racconti e per i suoi consigli. Ricordo di essere andato una volta sul Pizzo Campo Tencia, parecchi anni fa. Mi piacerebbe tornare alla capanna del Morisco, verso il laghetto del Morghirolo…

  5. Ho riletto attentamente e confesso di essere affascinato come durante un sentiero percorso concretamente e in silenzio. Trovo interessante la questione del “confine” marcato dal “passo”… in fondo possiamo vedere due mondi paralleli: quello del vedere io di qua e tu di là del confine insieme a quello del passaggio di me verso te e di te verso me. Chiaro che poi per la condivisione bisogna fondere i mondi paralleli o almeno renderli complementari in un progetto, per non vedere la fusione come un infragilimento. Ferro e carbonio si combinano per creare un materiale più tenace, l’acciaio, mentre separati hanno molta minor resistenza. Ma è chiaro che bisogna oltrepassare il passo senza fermarsi al confine.
    Be’, è una corrente di pensieri sorta e fissata senza riflettere, non so… si contrappongono sempre mondi paralleli che si respingono. Tra le righe, Lei, Andrea, lo ha anche ben osservato. Bella pure l’affermazione dello scrittore olandese. Anche dentro quella riflessione si vedono in fondo mondi paralleli, quello della Natura apparentemente immobile ma “dotata” di fascino e quello del pensiero umano che spazia all’infinito e si lascia affascinare.
    Forse è vero che siamo nudi, non ci avevo mai pensato. Coperti, rivestiti, dai complimenti o dai pregiudizi o dal fastidio, dall’amicizia ma a volte dall’odio… i più di noi (me compreso) non si accorgono di essere nudi. Fino a quando qualcuno (Andrea, Simenon…) non te lo fa notare. Grazie!!

  6. Oltrepassare il passo senza fermarsi al confine: è proprio vero. Così come è interessante il discorso sulla fusione e sulla difficoltà che proviamo a non considerarla qualcosa che ci rende fragili. Grazie per i suoi commenti, sempre preziosi. Buona domenica!

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