Passeggiate colorate

Secondo un’antica leggenda navajo, un uomo deve camminare un po’ ogni giorno. La Terra infatti si mantiene in movimento grazie alla spinta comune di migliaia e migliaia di piedi che la fanno ruotare, ognuno con tocchi impercettibili, permettendo il giorno, la notte, il ciclo delle stagioni. Quando mi capita di avere dei problemi di lavoro o di sentirmi inquieto, esco e vado a camminare: i problemi restano tali e quali, ma almeno so di contribuire – nel mio piccolo – alla sopravvivenza del nostro pianeta. Quando dico camminare intendo girovagare senza una meta, provando magari a esercitarmi nella tecnica delle passeggiate colorate.
IMG_3296Io cammino, la terra gira. Il sole arriva e se ne va al momento giusto, il fiato entra ed esce dai polmoni, la città scorre intorno a me e più in alto, lentamente, passano le nuvole. Il segreto non è concentrarsi, ma lasciare che i pensieri nascano senza scacciarli, sapendo che subito se ne andranno e ne nasceranno altri e altri ancora. Dopo un po’ la mente non ci bada più e comincia a notare i dettagli: erba, facce, fontane. Nella fase successiva, cerco di accogliere soltanto le variazioni cromatiche. Visto che i colori sono molti, e tutti mescolati insieme, ne affronto uno alla volta. Succede che esca di casa a caccia del grigio, e che lo sguardo si perda sulle mura dei castelli, tra le sfumature dell’asfalto, nelle righe della pioggia o in certi volti stanchi. Altre volte capitano giornate verdi, magari lungo qualche sentiero che corre ai bordi del fiume: il salice in primo piano, le gradazioni dei prati, le accensioni improvvise di un albero o di un semaforo.
Copia di FullSizeRenderQuando sei a caccia di un colore, devi rimanere ricettivo nei confronti di ogni cosa e, nello stesso tempo, filtrare le tonalità. Se è una giornata azzurra l’occhio indugerà sulle montagne in lontananza, sulla tovaglia in un manifesto pubblicitario, sull’acqua di una piscina dietro un muro di cinta, sul riflesso di un vetro smerigliato, sul telaio di una bicicletta o sulle profondità del cielo in una mattina limpida.
IMG_0093Ogni colore ha la sua storia. Ogni passeggiata ha la sua tinta. Mi è capitato anche di assegnare una “passeggiata colorata” come esercizio in qualche laboratorio di scrittura. In effetti, può succedere che la pagina di un libro ci aiuti a muoverci nella complessità di un colore. Visto che siamo in primavera, prendiamo per esempio il verde. Eccolo che affiora in un pensiero di Anna Gnesa. I polinesiani hanno circa trecento parole per indicare non il verde, ma le diverse qualità di verde. Avessimo noi l’attenzione e la sensibilità di quegli isolani per il mondo della natura, sarebbe più facile indicare le varie gradazioni di colore di questo fiume, a volte esitanti tra il glauco e il turchese, a volte perfino d’un verde tenebroso. Perduta la trasparenza e la magia nel lago morto, in quelle acque prigioniere il colore portentoso era ormai finito. Ma lentamente la gran massa opaca fu penetrata dalla nota sfumatura. Quel verde riapparso benché umiliato, accecato, era lui. Così riconoscibile che pareva di potergli dire «tu». E torna alla mente la misteriosa parola di una mistica tedesca del XII secolo, che del verde fu inebriata: «opus verbi viriditas est». Nello stesso verde affondano le radici i versi della poetessa Antonietta Gnerre.
FullSizeRenderE se volessimo inseguire il blu? Allora dobbiamo ricorrere a Mario Luzi che contempla il mistero della sua Val D’Orcia, così terrena e così soprannaturale.
FullSizeRender copia 4Lo stesso Luzi così spiega il suo amore per l’azzurro: Poiché amo molto il colore dei monti, quell’azzurro che sa di fresco e di lavato e che vien fuori soprattutto dopo la burrasca, credo si ritrovi spesso, nella mia produzione poetica, l’azzurro, il blu, questa tonalità che appartiene non tanto, forse, alla radiosità del mattino quanto alla profondità. Lo spazio profondo ha questo colore, che poi diventa anche quello del tempo. Tempo e spazio sono inscindibili. Quando io penso al tempo lo penso di quel colore.
Gli altri colori li lascio a voi. Vi segnalo solo tre “passeggiate colorate” ottime per gli esordienti: il bianco accecante di una gita all’alba dopo una nevicata; il bianco più intimo di un’escursione lungo l’argine in un giorno di nebbia fitta; il nero di una passeggiata notturna in una via discosta di un piccolo paese, là dove non arrivano i lampioni. Se poi vi sentite in forma, o se siete innamorati, potete tentare una “passeggiata arcobaleno”, a caccia di rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto, tutti insieme, contemporaneamente. Ma qui siamo già nell’ambito degli effetti speciali…
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PS: Il testo di Anna Gnesa è tratto dal volume Lungo la strada, pubblicato da Armando Dadò nel 2001 con un’introduzione di Mario Agliati. La prima edizione risale al 1978.

PPS: La lirica di Antonietta Gnerre proviene da I ricordi dovuti, pubblicato nel 2015 da Edizioni Progetto Cultura, nella collezione di quaderni di poesia “Le gemme”. Il volume è ricco di istanti colorati e di versi che si annidano fra gli alberi.

PPPS: I versi di Mario Luzi provengono da Per il battesimo dei nostri frammenti, pubblicato da Garzanti nel 1985. Potete leggere qui la poesia completa. L’altro testo di Luzi è tratto da Spazio stelle voce. Il colore della poesia, pubblicato nel 1991 da Leonardo Editore a cura di Doriano Fasoli.

PPPPS: La leggenda navajo di cui parlo all’inizio me la sono inventata io (non credo proprio che i miti degli indigeni americani descrivessero la Terra come rotonda e ruotante). Ma i Navajo non me ne vorranno: dopotutto, hanno fama di essere un popolo di grandi camminatori.

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10 pensieri su “Passeggiate colorate

  1. Bello! Mi ha fatto pensare anche alle famose “Color Walks” di William Burroughs:

    “Another exercise that is very effective is walking on colors. Pick out all the reds on a street, focusing only on red objects–brick, lights, sweaters, signs. Shift to green, blue, orange, yellow. Notice how the colors begin to stand out more sharply of their own accord. I was walking on yellow when I saw a yellow amphibious jeep near the corner of 94th Street and Central Park West. It was called the Thing. This reminded me of the Thing I knew in Mexico. He was nearly seven feet tall and had played the Thing in a horror movie of the same name, and everybody called him the Thing, though his name was James Arness. I hadn’t thought about the Thing in twenty years, and would not have thought about him except walking on yellow at that particular moment.”

    (From “Ten Years and a Billion Dollars” William S. Burroughs in The Adding Machine: Selected Essays, Arcade Publishing, New York, 1985)

    “For example, I was taking a color walk around Paris the other day…doing something I picked up from your pictures in which the colors shoot out all through the canvas like they do in the street. I was walking town the boulevard when I suddenly felt this cool wind on a warm day and when I looked out all through the canvas like they do in the street. I was walking down the boulevard when I looked out I was seeing all the blues in the street in front of me, blue on a foulard…blue on a young workman’s ass…his blue jeans…a girl’s blue sweater…blue neon…the sky…all the blues. When I looked again I saw nothing but all the reds of traffic lights…car lights…a café sign…a man’s nose. Your paintings make me see the streets of Paris in a different way. And then there are all the deserts and the Mayan masks and the fantastic aerial architecture of your bridges and catwalks and Ferris wheels.”

    (Burroughs, from an interview with Brion Gysin in 1960)

    1. Grazie mille per la segnalazione: non conoscevo le “color walks”. Il mio maestro in passeggiate, se proprio dovessi sceglierne uno, è Robert Walser (ma insieme a lui molti altri). Ora vado a cercare il testo di Burroughs, per leggerlo con calma. Piacerebbe anche a me, per festeggiare la primavera, esercitarmi con una bella “color walk around Paris”…

  2. Bella l’atmosfera di questo post! E anche lo scherzo dei navajo… 😁😁 Mi sono piaciute moltissimo anche le due poesie: Mario Luzi e la poetessa, Antonietta Gnerre, che non conoscevo. Buona giornata e buone passeggiate colorate! 😊

    1. Grazie. Contraccambio l’augurio di camminate proficue. Sono lieto che abbia apprezzato anche le poesie e lo “scherzo”. Del resto, qualcuno prima o poi deve pure inventarsele, le vecchie leggende…

  3. Anch’io amo passeggiare in campagna libero di mente e con gli occhi nudi, con la speranza di recuperare lo sguardo e la leggerezza dell’infanzia… oltretutto contadina, vagando tra prati e zone ruderali che, in questa stagione-anticipata per il caldo- presentano una festa di colori puri per la fioritura di una infinità di fiori umili e sconosciuti (soprattutto nelle zone ruderali) – che poi sono quelli che realmente “fanno” la primavera!- tra i quali domina il giallo ( acetoselle, ranuncoli smaltati), il rosso (rosolacci, trifoglio rosso), il bianco di innumeri varietà di margheritine, ecc. Al ritorno, spesso, mi porto qualche verso (purtroppo, anch’io amo verseggiare!) che, qualche volta non mi dispiace… Mi piace molto il racconto di prosa…poetica che con tanta naturalezza ingloba versi così colorati… A proposito, conosco Antonietta Gnerre, e la stimo molto. Grazie.

    1. Grazie, gentile Giovanni D’Amiano, per questo pensiero che aggiunge nuove sensazioni, nuovi colori, e che in qualche modo prolunga la passeggiata. È vero che a “fare” la primavera sono i fiori che lei definisce “umili e sconosciuti”: quelli che appaiono all’insaputa del mondo intero negli interstizi, negli angoli, nelle fessure dei muri. E in mezzo ai fiori – ma anche alle erbacce, perché no – è bello raccogliere pure qualche verso.

      1. Ùmmele sciure ’e campagna

        Ùmmele sciure ’e campagna
        schiuppate p’ogni ppizzo, senza cura
        e ssenza nisciuna pretennenzia.
        Site ’a primmavera,
        ma nun ve date aria
        e ccampate senza presomenzia,
        senza sbentulià bbannèra.
        Site felice d’’a vita,
        d’’a parula addó criscite,
        cuntente ’e tutte ll’ate sciure
        ca ve fanno cumpagnia;
        nun tenite capricce,
        e dda ’a vita, nun cercate ato,
        pecché v’abbasta ll’armunia d’ ’a natura.

        Ve cunfesso ca cierti sciure
        schioppano sulo ’into ê “serre”,
        e ddinto ê ciardine,
        pecché se credeno preggiate
        e smaniano p’ ’o sfarzo e pp’ ’e llumminarie.
        Ma po, dinto ê rreggie addó campano,
        patisceno e mmoreno ampressa.

        “Nun ’a canuscévemo ’a vita trista
        ’e ’sti frate sfurgiuse,
        c’hanno perzo ’o senzo d’ ’a natura
        e ’a nnucenza ’e chi, comme a nnuje,
        campa felice
        p’ ’o sole pe ll’aria pe ll’acqua
        e ppe ttutte ll’amice
        ca, senza nteresse, ’e vvonno bbene.
        Simmo triste pe lloro.”

        Umili fiori di campagna Umili fiori di campo, / sbocciate in ogni luogo, senza nessuna cura / e senza nessuna pretesa. / Siete la primavera / ma non vi date aria / e vivete senza nessuna boria, / senza sventolare bandiera. / Siete felici della vita, / della campagna dove crescete, / contenti di tutti gli altri fiori / che vi fanno compagnia; / non fate capricci, / e dalla vita non cercate altro, / poiché vi basta l’armonia naturale. // Vi rivelo che certi fiori / sbocciano solo dentro le serre, / e nei giardini, / perché si credono di pregio / e hanno bramosia di sfarzo e di luci. / Ma, poi, dentro le regge dove vivono, / soffrono e muoiono precocemente. // “ Non sapevamo la vita infelice / di questi fratelli smaniosi di lusso, / che hanno smarrito il senso della natura / e l’innocenza di chi, come noi, / vive felice / solo soddisfatti del sole dell’aria e dell’acqua / e dei tanti amici / che, senza interesse alcuno, li amano. / Siamo tristi per loro.”

    1. Grazie per questa lirica, che mi pare una sorta di sinfonia primaverile, oppure un manifesto sulla filosofia dei fiori di campo… “Site ’a primmavera, / ma nun ve date aria / e ccampate senza presomenzia, / senza sbentulià bbannèra.” Viene in mente il “tacito fior” di Alessandro Manzoni (se ricordo bene, sono i versi incompiuti di “Ognissanti”). Non si preoccupi, gentile Giovanni D’Adamo: questo blog è sempre aperto alla poesia.

  4. Grazie, per l’ospitalità. In realtà i fiori umili che “vivono” senza nulla chiedere ma dando semplicemente nella più assoluta armonia naturale, rappresentano un poco il vasto popolo dei viventi che “campano ‘a jurnata” svolgendo a pieno il loro dovere di “essere” nel loro “ruolo” assegnato dalla Natura, “rassegnati” a vivere la propria vita, e che, sotto la maschera della rassegnazione, denotano una grande fiducia-ottimismo nella vita. Da figlio di contadini, ho dedicato e dedico molte poesie alla loro vita. L’ultimo libro (2013), ‘E pprete ‘e casa mia (293 poesie) è sulla civiltà contadina. Grazie ancora. E tanta buona poesia.

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