Teoria e pratica della rapina in banca

Sarà un caso? Vi confesso che per chi fa lo scrittore, di questi tempi, non è facile sbarcare il lunario. E proprio in questi giorni va in scena il mio spettacolo Teoria e pratica della rapina in banca. Che sia un segno? Magari, invece di scrivere tanto di rapine in banca, dovrei proprio…
Mmm… no, meglio di no.
La “prima” è al Teatro Sociale di Bellinzona. Sono stato a vedere le prove generali, sperando che la presenza dell’autore in sala non intimidisse troppo gli attori… e invece a intimidirmi sono stato io.
È un’esperienza speciale, per uno scrittore, trovarsi davanti ai suoi personaggi. In carne e ossa. Osservare gli sguardi, i sorrisi, il colore della cravatta, vedere le rughe intorno agli occhi. È proprio lui. È Manuel Ferrari, ex rapinatore. È Clementina, la donna delle pulizie. Ma allora esiste davvero. Perché, mi dico, avevi dei dubbi? Se scrivi, devi credere nei tuoi personaggi.
IMG_9969Entro dal retro, arrivo sul palcoscenico in allestimento dalla parte in cui ci arrivano gli attori. Uno di loro, Davide, si aggira sulla scena misurando i passi che dovrà compiere durante la prova. Mi guarda, mi saluta con una delle repliche del suo personaggio. Io riconosco le parole, apro la bocca per rispondere… e mi accorgo di essermi dimenticato il copione. Che figuraccia. Ma è sempre così: la storia appartiene ai personaggi, non all’autore. IMG_9974
Il tecnico delle luci e il tecnico del suono sono già all’opera, con l’intento di creare un mondo, un mondo vero con le sue mille sfumature: notte, giorno, paura, tenerezza, tutto espresso con il linguaggio sottile della luce. Ogni cosa è ancora in quel limbo sospeso in cui l’immaginario sta prendendo forma. Le fasi di questa operazione sono avvenute anche dentro di me, qualche mese fa, mentre scrivevo la pièce. Ma ora qualcuno si cimenta nel compito di esprimerle in maniera concreta, con gesti visibili, note di pianoforte e di sassofono. Appaiono bottiglie, bicchieri, un tavolino. Piano piano, il palcoscenico diventa un bar.
IMG_9972Manuel Ferrari, l’ex rapinatore, ora barista, mi indica la finestra, di lato. È una macchia buia nelle quinte, ma io e lui sappiamo che da quella finestra si scorge una banca. Solida, massiccia, concreta. Non una di quelle banche immateriali, fatte di open space e di trasparenze. No, è una banca all’antica, davvero “bancosa”. Guardiamo ancora. Lui non è più Miguel Cienfuegos, regista e attore, è proprio Manuel Ferrari. E finalmente la magia del teatro avvolge anche me: non vedo più le quinte, le assi di legno, il sipario. Anche per me si apre la finestra, e anch’io vedo brillare la banca alla luce del sole.
Resisteremo alla tentazione di rapinarla?
Non voglio raccontarvi tutto. Vi dico soltanto che ho seguito le prove generali, insieme al direttore del teatro, a una troupe televisiva e a qualche spettatore scelto. Mi sono seduto nelle prime file, e ho dimenticato la presenza degli altri spettatori: era una cosa fra di noi, un incontro privato fra me e i miei personaggi.
Poi, dopo le prove, i personaggi sono tornati attori. Si capiva dalla quantità spaventosa di panini che sono riusciti a ingurgitare, accompagnati da qualche mezzo di birra. In un bar autentico, questa volta, vicino al teatro. Abbiamo parlato di altre cose, siamo usciti dal mondo dell’immaginario.
Finché a un certo punto Miguel mi guarda e, con lo sguardo furbo, mi dice:
– Io sono innocente. Sono troppo vecchio, lo sai… Non posso più rapinare una banca, come vuoi che faccia?
Ha le palpebre mezzo abbassate, le labbra incurvate in una smorfia di autocompatimento. Lo osservo. Non so se credergli. Lo osservo ancora. Non lo so davvero. È inutile. Non importa quanto tu sia attento come autore: qualunque cosa tu faccia, i tuoi personaggi ti fregheranno sempre.
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2 pensieri su “Teoria e pratica della rapina in banca

  1. Che bella testimonianza. Ma non finisce nell’ombra delle parole che la seguono la prima riga del pezzo. Colpisce e rattrista e fa un po’ rabbia.

  2. Ciao Mirella, grazie mille! Ieri c’è stata la “prima” dello spettacolo. I personaggi ormai sono sempre meno miei, se ne vanno per la loro strada… Ma è giusto così.
    Quanto alla tristezza e alla rabbia, da qualunque cosa siano suscitate, non bisogna lasciar loro l’ultima parola; e secondo me l’incanto del teatro, e in generale la libertà di raccontare storie, sono un aiuto per apprezzare la realtà, in tutte le sue sfumature (certo, non è sempre facile!). Ciao! Andrea

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